Cecitá (J. Saramago)

Cecità

È passato ancora tempo. Tempo denso, vita, di quelle che a volte ti sembra di non riuscire a vivere, non completamente, tanto è piena.

Per alcuni aspetti (permettendomi la positività) è tutto nella norma, piú o meno. Gli stati di pesantezza, sfinimento, tristezza, ansia, si sono riassorbiti, lasciando solo sacche grinze, che pendono dalla mia mente. Non potranno sparire, rimarranno come cicatrici a ricordarmi ciò che é stato. Ciò che è stato vissuto. Tant’è.

L’inverno è atipico, caldo, e non lascia presagire cosa ci possa essere in previsione per le prossime stagioni. Una cosa è certa, il clima sta cambiando. Ne abbiamo tutti la percezione.

In programma per i prossimi mesi ci sarà un viaggio, di quelli che credo segneranno profondamente la vita. Meta, nemmeno a parlarne, New York. Prima volta negli States, prima volta in nord America. Ho aspettative, ho attese, tutte positive, credo mi innamorerò di nuovo, come é accaduto per Londra. Proprio primo in merito a NY, e come spesso capita, ci sono state risonanze, quelle strane “circostanze” per cui quando vai in un posto o attendi qualcosa, in tutto ciò che ti circonda ritrovi segni del tuo sentire. Film, documentari economici, persone che attendono come te, tutto magicamente sembra stringersi attorno alle tue aspettative, ogni cosa sembra “casualmente” attirare la tua attenzione. In realtà tutto è “casuale”, solo che tu sei piú sensibile.

A proposito di New York, in televisione a breve trasmetteranno un concerto di Andrea Bocelli, da Central Park. La prima volta che hanno trasmesso lo spot televisivo che lo annunciava, ammetto di aver avuto piú interesse nella location (non sono un grande fan di Bocelli, a meno dell’orgoglio che ne implica la co-Nazionalitá). Poi, come spesso accade, piú volte ascolti le cose, piú dettagli riesci a percepire, forse inerentemente al fatto che un ascolto ulteriore “esclude” ciò che già conosciamo, permettendo di concentrarsi su quanto di inosservato.
In merito proprio alla location e all’evento, unito alle aspettative che avevo sul luogo che visiterò, la mia mente è volata alla prima visita a Londra. É stato amore a prima vista. Vista sì, perché quando visiti un posto nuovo questo é quello che credo ognuno di noi faccia, OSSERVARLO.

Ho provato a richiamare alla mente le prime sensazioni, le prime immagini, le persone, i posti, i luoghi. Tutto questo è chiaramente inciso, nella memoria. Poi ho pensato a Central Park, a ciò che conosco dalle foto che vedo, dai racconti delle persone che ci sono state. Secondo piano, Andrea Bocelli, che canta a Central Park.

Riflessione. Attesa, sensazione.

Andrea Bocelli è cieco. Non vedente.

Domanda: “Ma allora che “serve” a Lui cantare a Central Park? Non potrà mai “vederlo”. Certo, potrà sentirlo, odorarlo, ascoltarlo, ma MAI vederlo. Quindi potrebbe essere in qualsiasi parte del mondo. Anche qui a casa, o in un parco qualsiasi. Cosa sarebbe stata per me Londra senza vista? Ma soprattutto, se fossi cieco dalla nascita, cosa sarebbe stata la mia percezione di Londra? Non riesco a darmi una risposta. Cosa vorrebbe dire viaggiare, senza poter VEDERE? Forse sarebbe un altro sentire, ma a fatica immagino come.
Mi piacerebbe che questo mio post potesse arrivare a non vedenti, che potessero cercare di darmi un loro punto di vista, per capire, sentire e avere una percezione di quanto non riesco a capire.
L’unica sensazione che ho è quella del libro che da il titolo a questo post, libro terrificante, che mi colpì profondamente, proprio perché fu una proiezione di quanto non si riesce a vedere. Saramago riuscì veramente a descrivere situazioni e luoghi dal punto di vista di un non vedente, ma circoscritti a stanze, ambienti. Non una città intera, non una esperienza di viaggio.

Sentire, questo mi piacerebbe. Sentire uno spazio.

Pregherei chiunque di voi legga questo post e abbia pareri in merito di farsi avanti. Lo apprezzerei tantissimo.

Grazie, a presto.

GF

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Essenza (e..senza)

Essenziale

Oggi non ho davvero voglia di prendermi in giro. Basta filosofia. L’ispirazione per questo post è arrivata all’improvviso, mentre cambiavo le lenzuola del letto, quando muovendole il profumo di bucato è arrivato a me. Questo (e alcuni di voi lo sanno) è un periodo intenso. Un periodo in cui è necessario ridurre al minimo tutto ciò che mi circonda, tutto ciò che non è strettamente necessario. Rimanere concentrati e macinare vita. Ridurla in polvere per permettergli di occupare meno spazio. Liofilizzarla. Poi, a tempo debito aggiungeremo (e non so nemmeno perchè uso il plurale) l’acqua necessaria per eventualmente usare di nuovo ciò che ora è considerato superfluo.

Il pensiero su quanto sto scrivendo si è sviluppato osservando la nostra casa, che in questo periodo è scarnificata per essere ridipinta. Le pareti sono ormai grigie, i mobili vuoti, in attesa di colore, aria e nuova vita. Dovendo vuotare tutto ci si accorge di quante cose inutili siano dentro armadi,cassetti e anche appoggiati sopra i mobili. Ora basta. Non credo che sia tutto così necessario, anche se non metto in dubbio che non sia tutto inutile. Devo decidere cosa serve A ME per sentire veramente mio questo spazio. In realtà il discorso si può estendere a tutto questo “possiedo” o meglio “ho” e uso quotidianamente. Non pensate di vedermi come nel film “Into the wild” bruciare i soldi ed andarmene con lo zaino sulle spalle, ma certamente è arrivato il momento di ripulire, ristrutturare, tenere l’indispensabile. Stavo parlando con GM (qui trovate il suo blog) dei comportamenti delle persone e di ciò che ci è necessario per vivere ed sentirsi appagati. Io ancora non lo so, non ne ho una precisa idea, ma credo che partire riordinando la mente e gli spazi per sentirli propri sia un ho passo avanti.
Anche queste poche righe sono un distillato di ciò che ho in mente. Ma che definisco dinamicamente, in base a quello che sento.

Questi sono i fatti. Mi auguro che tutto questo possa essere di ispirazione a chiunque si senta affogare nell’inutile. Oggi voglio il minimo, il massimo del minimo.

GF

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L’insostenibile leggerezza dell’essere

L'insostenibile Leggerezza dell'essere

Ci sono vari punti della Vita in cui facciamo dei bilanci. Forse i bilanci sono necessari solo quando finiscono percorsi durante i quali eravamo troppo impegnati a correre per fermarci a prendere fiato. Ci sono volte in cui la corsa si interrompe senza che noi ne abbiamo necessità, ci sono volte in cui ci rendiamo conto di essere arrivati al traguardo e controlliamo pulsazioni, tempo e distanza percorsi. Una cosa è certa. La vita va solo in una direzione. Sempre avanti. A Noi rendercene conto. L’incedere delle sensazioni, emozioni, pulsioni che ci fanno camminare, spesso correre, è fondamentale per dare il ritmo delle nostre giornate. Paradossalmente, anche se la vita va avanti, ci è concesso di fermarci per periodi più o meno lunghi, ad osservare. Osservare è importante. Altre volte invece ci troviamo ad essere osservati, da chi corre assieme a Noi, magari parallelamente, cercando di capire quale dei ritmi che abbiamo può essere il migliore. Non esiste un ritmo migliore o peggiore. Esiste il nostro ritmo.
La vita avanza, le cose accadono. Come diceva spesso la Dott.ssa E. , se le cose accadono un motivo ci sarà. Una cosa che sto imparando ė l’attesa. Una cosa che sto imparando è che la solitudine (intesa come stare con sè) ed a volte i silenzi non sono così male, non come mi avevano insegnato. Esiste un periodo per parlare, ne esiste uno per ascoltare, uno per riposare ed uno per stare in silenzio. Con se stessi. Sono in un periodo di silenzio, e questo Blog lo testimonia, sono in un periodo di isolamento, sono in un periodo in cui do poco agli altri e tengo molto per me. Questo non è egoismo, è contatto con se stessi. È voglia dosare “il sè”, voglia di sentire se quello che batte dentro è ancora vivo o è solo una fantasia. È intimità. E voglia di ascoltare delle sensazioni passano attraverso i sensi.
Questo post non ha un titolo a caso. Essere leggeri a volte non è semplice. E nemmeno necessario.
Le persone a cui voglio bene ( e quelle che Amo) riceveranno tutto di me. Per gli altri solo briciole.
Lo spazio è contingentato, e decido io quanto ce n’é.

“Ci sono solo due giorni all’anno in cui non puoi fare niente: uno si chiama ieri, l’altro si chiama domani, perciò oggi è il giorno giusto per amare, credere, fare e, principalmente, vivere.” [Dalai Lama]

Un abbraccio.

GF

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Bologna – Orte [One Way and Back]

One Way and Back

Oggi è di viaggio. Tre ore  mezza, da Bologna a Orte, in un a settimana spezzata da un ponte festivo. Ho deciso di viaggiare in treno, approfittando della infinita gentilezza di F. e delle sua Famiglia, con cui stasera sicuramente condividerò piacevoli attimi. Niente Freccia Rossa, a Orte non si ferma, ho optato per un InterCity. Essendo un viaggio “di lavoro” mi sono anche concesso la prima classe (che costa come una seconda in Alta Veiocità). Il Treno è “il classico” a scomparti, 6 per ogni cabina, 3 posti per lato, uno di fronte all’altro.

Lo scompartimento, quando sono entrato era pieno, ad esclusione del mio posto prenotato, in cui mi sono accomodato. E’ largo e confortevole, di tessuto grigio “FS”. Insieme a me un uomo di d’affari in completo grigio giacca e cravatta e Black Berry, 2 persone tedesche (almeno credo dall’accento e dall’abbigliamento) 2 persone anziane, entrate con la valigia più grande di loro. Le ho aiutate a riporla nelle mensole sopra la loro testa, altrimenti avremmo rischiato  di dover chiamare il 118.

Le fermate sono poche, 6 in tutto esclusa ovviamente Bologna Centrale. Il treno “placidamente avanza” sopra le rotaie, ballonzolando, e l’aria condizionata lascia la possibilità di vivere in maniera molto confortevole, seza essere eccessiva o ingombrante. All’ultima fermata(mentre scrivo, Firenze Rifredi) sono scesi quasi tutti, e siamo rimasti in tre nello scompartimento. Io e la coppia di anziani. Lui, nella sua camicia chiara a quadretti azzurri, sonnecchia a bocca aperta con le braccia conserte sulla pancia. Lei, fresca di parrucchiere, nella sua “cofanatura” bionda “immobilizzata dalla lacca per capelli, indossa scarpe sportive classiche coloro oro, mentre legge “Confidenze”, attraverso un paio di occhiali a montatura scura e abbastanza evidente, da vista, tipica dell’età che avanza.

Non so dove stiano andando.  IO VADO. Molto spesso ho scritto di viaggi qui, e così farò anche oggi.

Le persone passano nel corridoio che costeggia gli scompartimenti, alcuni parlando nervosamente al cellulare, altri semplicemente camminando per sgranchire le gambe.

Il treno farà capolinea a Napoli, e molte delle persone che sento da qui, mentre parlano nel rumore (assolutamente non fastidioso) portano il tipico atteggiamento del Sud.

Qualche cellulare squilla, mi permetto di ascoltare le conversazioni cercando di capirne il senso.

Potrei lavorare, ho anche ricevuto delle telefonate da qualche cliente, ma ho deciso che il viaggio deve essere di riflessione, di creazione, di scrittura.

Forse questo post non avrà un senso per nessuno di Voi, e nemmeno sarà interessante come qualche altro, ma personalmente mi da un grande senso di presenza. Come spesso ho sentito, anche in qualche spot televisivo: “L’importante non è da dove vieni o dove stai andando, è il viaggio ed il tempo che dedichi alla presenza durante lo stesso ad essere importante”. Ora siamo fermi alla stazione di Arezzo. Osservo la gente sulla banchina aspettare il LORO viaggio, alcuni nervosi altri rilassati. Ammiro le Donne nella loro infinita meraviglia nel vestire, con sandali e magliette di ogni colore, con le dita dei piedi smaltate e quello sguardo meraviglioso di chi aspetta giocherellando con qualsiasi cosa gli passi per le mani (ad oggi forse, proprio quel cellulare che mia moglie tanto odia tanto spesso è nelle mie mani).

Ho ancora quasi un’ora e mezza, e il piacere che traggo da questa sensazione di “tempo” è davvero meravigliosa.

Spero che ognuno di voi possa concedersi, quanto più spesso nella vita, un viaggio lungo o corto, in cui godersi la consapevolezza del tragitto.

GF

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Punti di Vista [Generazioni a confronto]

 

Confronto generazionale

“ME A LA TO ETE’ SALTEVA i FOS a LA LONGA”,      tradotto : “io alla tua età saltavo i fossi per il  lungo”. Mia mamma, e mia nonna prima di Lei, me l’avranno ripetuto non meno di 1000 volte. “Alla tua età noi ci divertivamo con poco, ci bastava un pezzo di ramo e un cerchio di legno, e ci passavamo la giornata”.

Ogni volta che mi sentivo ripetere queste frasi, in prima battuta, mi arrabbiavo perché non mi sentivo davvero “normale”. Le mie necessità, quelle stesse PASSIONI che hanno alimentato la mia vita, sembravano qualcosa di “futile”. Sembrava sempre di pretendere troppo. Se poi partivamo con i luoghi comuni sulle nuove generazioni il discorso era ancora peggiore:

- “Le nuove generazioni non si accontentano di niente, vogliono tutto e subito, non conoscono il sacrificio”.

- “Le nuove generazioni non hanno rispetto per le persone, non conoscono cosa sia la gratitudine”

- “Le nuove generazioni non hanno valori, li vedi come ebeti davanti alla televisione o al computer, come automi”

Io, classe 1976, mi sono davvero scocciato di sentire persone fare questi discorsi. Credo che sia davvero arrivato il momento di cercare di capire, senza troppe critiche o preconcetti, quale e dove possano essere le differenze generazionali tra ME, e quelli che appartengono alla generazione di chi mi ha dato vita.

Certamente, ad oggi, la MIA generazione, è la prima grande generazione “matura” tecnologicamente. Le persone che come mio padre e mia madre appartengono al “primo dopoguerra” (nati tra il 1945 e il 1950) si sono forse trovati carichi di tutte quelle responsabilità che i loro padri (che probabilmente, anzi quasi sicuramente, la guerra l’avevano fatta) li hanno caricati.

La nostra (che da ora in poi utilizzerò al posto di “mia”) generazione è quella che ha “accolto” REALMENTE le evoluzioni tecnologiche, dalla Telefonia mobile ad internet. La nostra generazione è quella che, al contrario della precedente, non si spaventa davanti ad un PC o almeno è “abituato” ad interagire. La Nostra generazione in qualche modo è una generazione “Nativa ANALOGICA, ma DIGITALMENTE cresciuta”.

Ci sono poi una serie di aspetti che invece riguardano l’evoluzione  della nostra generazione in termini “sociali”.

In passato forse le “condizioni sociali” ad opera delle condizioni “economiche al contorno” facevano sì che le persone avessero (forse anche per “limitata”, imposta, cultura) poca consapevolezza di sè. Erano spesso portate alla “sopravvivenza”, intesa come “lavorare per viviere”, il che non gli lasciava il tempo di ascoltarsi come sarebbe stato utile.

Se pensiamo che la psicanalisi moderna, intesa come la viviamo oggi, è un frutto dell’inizio del nostro secolo, forse è proprio la nostra generazione quella che più potenzialmente ha aperto “la diga” dell’ascolto ATTIVO DI sè. Credo che questo, probabilmente, sia alla base della “diffidenza” che osservo nelle generazioni passate, rispetto alle future.

Chissà se qualcuno (che potremmo definire Nativo Cartaceo) si è mai chiesto se fosse facile crescere “consapevolmente”? Forse nessuno si è chiesto cosa significhi essere costantemente “additati” come fannulloni o sfaticati. Forse nessuno si è mai chiesto se ciò che riteniamo essere “sbagliato” nelle generazioni attuali sia (o possa essere) frutto delle mancanze delle generazioni precedenti. Solitamente, o almeno questa è la mia percezione, vorremo che i nostri figli NON facessero i NOSTRI errori.

Forse quindi, può essere “plausibile” che :

- Le nuove generazioni vogliano tutto e subito perché le generazioni precedenti avevano sempre dovuto sudarselo

- Le nuove generazioni hanno un rispetto diverso delle persone perché le precedenti sono sempre state “schiacciate”

- Le nuove generazioni hanno valori diversi (non posso credere che non ne abbiano) perché le generazioni precedenti sono stati “obbligati a obbedire”.

Tutto questo credo che possa certamente dare una differente visione delle cose, consapevoli del fatto che quando parliamo di generazioni dobbiamo sempre considerare che parliamo prima di tutto di persone, e queste persone hanno:

- Intelligenza

- Capacità di scelta

- Possibilità di giudizio

- Consapevolezza di sè

Credo che se le persone che ci hanno cresciuto avessero la capacità di prendere queste mie parole come “serie”, e non come una ennesima giustificazione dello “Status Quo” della nostra generazione, allora, forse, si fisserebbe un punto importante nella comunicazione tra di Noi.

Questo articolo è uscito così, non so se possa risultare interessante oppure stimolante, certamente è “diverso”. Fortunatamente lo è.

GF

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Sentinella [F.Brown]

A volte capita la notte, quando stai placidamente dormendo. Per qualche strano motivo, forse solo istintivo, apri gli occhi, e ti senti subito sveglio. Ascolti il nulla, sempre che di nulla si tratti, forse solo “troppo silenzio”.La casa intorno a te scricchiola, di quegli scricchiolii che non senti durante il giorno, perchè coperti da qualcosa altro, anche solo i tuoi pensieri. La notte invece  i suoni diventano assolutamente udibili. Senti il tuo respiro, quello della tua compagna, i rumori del tuo stomaco, il fruscio delle coperte. E ogni tanto, come un piombo che cade in acqua, qualcosa si muove intorno a te, per gravità o assestamento.

Queste sensazioni credo che ognuno di voi le abbia provate nella vita. L’attenzione che abbiamo in quei momenti non lascia spazio al sonno, solo ad un attento ascolto di sè. Se malauguratamente, poi, ci sono rumori più “violenti” sentiamo il sangue pompare nelle vene, l’adrenalina scorrere ed in un istante, una vampata di calore arriva alle zone periferiche. Raramente a seguito di un risveglio così si riesce agevolmente a riprendere il sonno. E se fossimo così durante tutto il giorno?

Attenti, vigili, misuratori e fortemente orientati all’ascolto di tutto quello ce ci circonda, come un Leone nella savana che si muove furtivo. Osservare, ascoltare, interpretare le frasi delle persone intorno a Noi. Parlare con  qualcuno ascoltando contemporaneamente quello che ci accade intorno, essere al telefono e comunque fare caso a ciò che i colleghi dicono tra loro. Percepire un’ inflessione  in una risposta di una persona cara se qualcosa non va. Anche se non ci viene detto nulla. Leggere tra le righe, osservare il foglio in controluce, quello che la persona davanti a te tiene rivolto verso di sè mentre ti spiega parla. Guidare in autostrada ed osservare, attraverso il parabrezza della macchina che ti precede, le luci di “stop” della machina ancora prima, così da vedere se potesse esserci una coda improvvisa. E’ un modo per anticipare i pensieri, è un modo per avere più tempo per rispondere, reagire. E’ un modo per non fidarsi degli altri, è un modo per mantenere il controllo, o almeno per darti la parvenza di averne ancora.”SENTIRE”, con tutti i nostri sensi.

Ma a che serve tutto questo? E’ davvero necesario tutto questo “sentire”? Quanto è necessario essere così attenti? Quanto è necessario ASCOLTARE? Capita di osservare persone “stordite”, invidiabili personalità che sembrano non dare peso al divenire delle cose, quelli che aspettano, quelli che “hanno sempre tempo”, quelli che quando gli chiedi qualcosa, ti guardano straniti, e dopo un tempo di rifessione per te infinito, ti rispondono che ci devono pensare, che non sanno, che vedranno, quelle che lasciano i bivi della loro vita sempre aperti, mentre tu li chiudi efficientemente precludendoti possiblità, convinto che che il tuo obiettivo sia sempre oltre, che ci sia sempre qualcosa di più importante.

Questo è l’effetto SENTINELLA, ovvero quell’insieme di azioni e sensazioni che ti fanno sentire sempre oltre, VIGILE. L’effetto sentinella, come il led di “stand-by” del televisore, consuma inevitabilmente energia. Energia che potremmo davvero convogliare in qualcosa di più utile che ne “rimanere accesi”. Ogni tanto, sarebbe davvero il caso di “spegnersi”, lasciarsi andare, fidarsi più degli altri e meno di sè.

Le sentinelle, per loro natura, vigilano e custodiscono. Vigilare su se stessi, per evitare di bruciare energie inutilmente, è a volte compito davvero arduo.

Click.

GF

 

 

 

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Un Posto nel Mondo (F.Volo)

 

Il mio posto nel mondo

Esiste un luogo nel mondo in cui mi sento davvero tranquillo, esiste un luogo in cui mi rifugio tutte le volte che sento l’ansia salire. Esiste un luogo dove posso stare, da solo, quanto tempo voglio, senza che nessuno mi disturbi. Questo posto l’ho scoperto in un modo davvero particolare, ci sono arrivato ascoltando i rumori che provenivano al di fuori di me, oltre la finestra della stanza..Quei rumori ho imparato a lasciarli lì, al di fuori di me, dove dovevano stare… Lentamente si sono affievoliti, fino a farmi sentire solo ciò che dentro la stanza accadeva, al di fuori dei miei occhi chiusi, con le palpebre superiori che riposavano sopra quelle inferiori. Sentivo, ma non vedevo… Fino a quando non ho smesso di sentire, ritrovando il mio sguardo, ad occhi chiusi, che si concentrava al di sopra delle orbite oculari, al centro della fronte… Lì ho sentito il punto di inizio del cammino, dentro di me, che mi portava pian piano a concentrarmi sulle tempie, pulsanti. Il respiro cominciava a calmarsi, l’aria fluiva tra le narici, i polmoni di espandevano, lentamente, e tornavano a comprimersi. Ho sentito prima il respiro passare dallo stomaco, per poi salire lentamente nel torace. Ho ascoltato il cuore battere.. ad ogni pulsazione sempre più lontano, ho visto  un cielo apparire, sentivo l’aria fresca fluire. Azzurro, bianco e grigio, erano i colori che erano dentro di me, steso su un prato, verde, di quel verde irlandese che ti fa urlare tanto è bello, con quella sensazione di immobilità che ti da i brividi, tanto è bella.

L’erba fresca, non troppo corta, quanto basta per solleticarti le orecchie e la nuca. Ruotando gli occhi leggermente indietro, scorgere l’albero, con un tronco grosso e ben piantato per terra, con rami lunghi e ricoperti di foglie, verdi anch’esse, che vibrano al passare della brezza. Sentirsi bene, capire che quello è il posto giusto per te, IL TUO POSTO. Poi chiudere di nuovo gli occhi, senza sentire ancora nulla, ricordando i colori, il cielo, e la terra, e tu adagiato su di essa. Lentamente ricominciare ad ascoltarsi, ritrovare il respiro, le tempie, la fronte, il suono della stanza, il suono di ciò che è al di fuori di essa.

Sentire il desiderio si stirare i muscoli, inarcare la schiena, stirare le braccia, comprimere il diaframma, sentire un volume infinito di aria arrivare dentro ai polmoni, trattenerla un attimo, rischiando di sentirli scoppiare. Poi lasciarla fluire, fuori mentre il corpo si contorce per riattivare la circolazione… Aprire gli occhi, vedere il soffitto. Rendersi conto di aver trascorso 20 minuti, come se fossero state 8 ore di sonno.

Sapere che, in quel posto, così come ci sei arrivato e lo hai lasciato, ci potrai tornare, quando vorrai.

Questo è il mio posto nel mondo, questo è quanto ho imparato durante un viaggio dentro di me. Alla scoperta del mio luogo preferito.

Questo è il mio, e credo che ognuno abbia il proprio, che sia una scogliera, un prato o una spiaggia, con ambientazioni diverse, questo rappresenta quello che noi siamo, intimamente.

Spero che anche Voi, prima o poi, riscopriate i vostri luoghi. Ci starete bene, come mai siete stati.

Un abbraccio

GF

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2010: That’s Life (Frank Sinatra)

 

That's Life

Finalmente. Era
ora… Ora di scegliere, scelgliere di prendersi il tempo che serviva per scrivere.

Una frase di Raf in “Infinito” cita:

“E’ passato tanto tempo ma, tutto è talmente nitido, così chiaro e limpido, che sembra ieri”.

Questo è quanto è ORA.

- Ho imparato a volermi più bene.

- Ho imparato ad ascoltarmi di più, e forse egoisticamente, a “sentire” meno le esigenze degli altri che prima erano prioritarie alle mie.

- Ho imparato che in una discussione l’obiettivo non è “chiudere”, qualsiasi sia la soluzione, ma VIVERLA cercando di approfondire quello che all’altro, ma soprattutto a Noi, interessa.

- Ho imparato a dire quello che penso, con le dovute maniere, se sento che faccio fatica a scendere a patti.

- Ho imparato ad accettare che se dico quello che penso e la gente non è d’accordo, mi spiace, ma non è necessario che io adatti il mio modo di vedere le cose per accondiscendere gli altri, a meno che questo
non migliori anche il mio punto di vista.

- Ho imparato ad avere un poco più autostima.

- Ho imparato a non dare nulla per scontato. Anche se mia moglie dice il contrario.

- Ho imparato a relazionarmi meglio con gli uomini, intesi come maschi, così da equilibrare le varie parti di me.

- Ho imparato a gestire, o meglio a osservare, i sensi di colpa. Questo sembra banale, ma non lo è per nulla. Sentirsi in colpa senza sapere il perchè “viscerale” è inutile. Sapere perchè aiuta a vincere il senso di colpa, partendo da dentro di noi.

- Ho imparato che ognuno di Noi ha tempi diversi per reagire, e nonostante io sia una persona “impaziente”, a volte è meglio attendere accettando che (grazie a Dio) non siamo tutti uguali.

- Ho imparato che ogni tanto è bene prendersi il tempo per sè.

- Ho imparato che mi piace approfondire i rapporti, se l’istinto mi dice che le cose possano essere “meglio” di quello che sono.

A fronte di questo, credo, ci sono ancora miliardi di cose di cui mi devo rendere conto. Tutte queste sono quanto la vita ti può dare.

Le ultime due cose, forse, sono le più importanti.

- Ho imparato che, almeno fino ad ora, mi sono circondato delle persone che mi hanno migliorato.

- Ho imparato, e giuro che ora ho finito, che se le cose accadono, nella vita, un motivo c’è sempre.

Cercarlo, a volte, non serve assolutamente a nulla. Accettarle, a volte sembra difficile, ma è sicuramente la via più naturale.

Con questo vi auguro un sicero Natale, e un consapevole 2011.

Un abbraccio

GF

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Fin che morte non ci separi [Al Bar della Stazione - Elsa e Adelmo]

La badante rumena entra spingendo la carrozzina, di quelle che hanno le quattro ruotine piccole. Elsa è seduta lì sopra, ha 85 anni, un fazzoletto legato in testa come quello che aveva mia nonna quando andava a lavorare in campagna. Al suo fianco, in piedi, Adelmo, vestito di tutto punto, giacca grigia, camicia e cravatta rossa. Mi ricorda mio nonno la domenica per andare in piazza. Era il “vestito buono”. Adelmo avanza a piccoli passi, sembra che il tempo si si fermi ad ogni respiro.

La badante li lascia nella saletta e si avvicina al bancone dove P., che la conosce, la intrattiene con le solite battute ad effetto.

Adelmo si avvicina al frigorifero dei gelati, lo studia come se fosse qualcosa di nuovo, apre lo sportello e prende un gelato biscotto. Elsa sembra leggermente appisolata sulla carrozzina, la sua testa ciondola leggermente su un fianco. E’ scheletrica, di quella magrezza “anziana”, tipica di chi ormai ha poco da godersi della vita. Adelmo si avvicina, le sistema il  piccolo panno che le copre le ginocchia. Scarta il gelato , lentamente. Lo studia attentamente. I suoi occhi sembrano perdersi tra la granella di cioccolato del lato pralinato. Poi alza gli occhi verso Elsa, la fissa, con dolcezza infinita, le tocca una mano, e come per magia Lei si rianima, la testa si gira verso di Lui, lentamente, e  lo guarda. Sorride. “Non mangiarlo troppo in fretta Adelmo, sai ce il gelato freddo rischia di farti male”, intima da lontano la badante. Lui fa un cenno con la testa, poi torna a fissare la sua Elsa. Con una dolcezza infinita le avvicina il gelato alla bocca. Lei la schiude, e anche se non riesce a morderlo, lascia che parte del cioccolato si sciolga, per sentirne il sapore. Adelmo sembra avere tutto il tempo del mondo, la osserva mentre aspetta che il suo calore abbia la meglio sul gelato. Poi, come ogni coppia d’altri tempi che si rispetti, Adelmo mangia, meglio assaggia, il suo lato di gelato, rigorosamente dalla parte opposta di quello di Elsa. La dentiera gli da sufficiente forza per mordere la granella. Mangia una  metà del gelato con una lentezza meravigliosa, e lo sguardo sempre fisso su di lei la cui bocca è leggermente sporca di cioccolato. Se ne accorge, si interrompe, la pulisce, le fa una carezza. Lei sorride di nuovo.

Io rimango completamente attonito davanti a questa scena. Dopo che nella giovinezza abbiamo vissuto ogni singola pulsione passionale, ogni volta che il nostro corpo reagisce agli stimoli esterni, ci troviamo in una età, quella di Elsa e Adelmo, in cui non rimane più traccia di questo, se non nella memoria. Quello che rimane, forse, è davvero l’amore che lega 2 persone che si sono scelte. Quel sentimento, distillato come il più prezioso tra i liquori, è davvero l’unica cosa che può sopravvivere sempre, fin che morte non li separi. E forse, anche oltre.

Ps.Tutto questo è veramente accaduto, l’ho visto con i miei occhi, al bar della stazione. Elsa e Adelmo non sono i veri nomi dei protagonisti, ma vi assicuro che sono davvero un esempio di amore senza fine. Mi sono commosso.

Un abbraccio

GF

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Il tempo che vorrei (Fabio Volo)

Se non leggete bene, cliccate sulla immagine, potrete ingrandirla.

PS. questo post non è stato volutamente ricopiato, nasce dall’esigenza di scrivere in un momento ed in un luogo in cui non avveo disponibili troppe risorse. Una pagina strappata da un giornale, una penna chiesta in prestito.. E tanta voglia di sè.

Per la cronaca è stato concepito QUI , durante una due giorni in solitaria in cui ho incontrato una persona che da tempo avevo perso di vista: ME STESSO.

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