Il Sogno Americano (“I have a dream”)


20121208-154054.jpg

Questo é un pensiero scritto 108 giorni fa, dopo il mio il licenziamento “per giustificato motivo oggettivo”. Buona lettura.

Seduto in un caffè in puro American Starbuck’s style scrivo, penso, razionalizzo. Ho sempre cercato di essere obiettivo, di non fare mI il passo piú lungo della gamba. Ho sempre cercato di essere ragionevole. Sempre.
Ogni volta che mi si presentava una opportunità lavorativa l’ho sempre ponderata, prima di cuore e poi di pancia. Ma sempre ponderandola con il cervello, prima di tutto.
Così è stata questa volta. Gennaio, si apre una posizione presso un nostro fornitore, che mi conosce da anni, per cui ho sempre fatto il mio lavoro, di cuore e di pancia, perché mi piace vendere quello che loro producono, perché un venditore che crede in ciò che vende vale 10 volte uno qualsiasi. E io valevo. Ero la persona giusta, per il posto giusto, per il prodotto giusto. E mi sono lasciato travolgere dalla corrente. Curriculum, primo colloquio telefonico, perfetto, sono la persona giusta. Il posto è interessante, si tratta di lavorare all’estero, zona Balcanica, aggiungendo Grecia Cipro,Malta ed Israele. Quello che avevo sognato, parlare inglese, tanto e spesso. E viaggiare. Lo stipendio è ottimo, i benefit lo sono. E la Multinazionale Americana la conosco, ci ho lavorato per quasi 10 anni indirettamente, sono solidi, sono perfetti.
Secondo colloquio, questa volta di persona, con il direttore Europeo. Perfetto. Impeccabile. Sono la persona giusta.La rosa dei candidati ė stretta, e io sono il primo della lista. E si sale di un livello.
Sono a New York in ferie mentre mi comunicano che sono stato selezionato e che manca solo l’ultimo step. Il colloquio con chi deve avvallare quanto fino ad ora già deciso. Ultimo colloquio, telefonico per motivi di distanza, in inglese con un Belga. 55 minuti in cui do il massimo, tutto quello che posso, sudo, ma riesco a concluderlo.
Sono soddisfatto, una delle poche volte della vita in cui sono soddisfatto perché sento di aver dato tutto quello che potevo. Le persone intorno a me fanno il tifo, sia perché mi vogliono bene, sia perché sanno che sono la persona giusta nel posto giusto.
È l’inizio di marzo quando mi comunicano che ce l’ho fatta. Sono infinitamente felice. Dopo 10 anni di lavoro, sono felice e do le dimissioni, con decorrenza 15 maggio per il preavviso. Nessun problema, sono professionale, porto a compimento tutto quanto già aperto, passo i testimoni a chi mi sostituirà. Passo un periodo piú complesso per una ernia che ha deciso di farsi sentire, urlando, ma l’obiettivo è iniziare una nuova vita lavorativa. Ci credo, sono la persona giusta, nel posto giusto, per il lavoro giusto. Gli americani premono, perché vorrebbero che iniziassi a brevissimo. Sono quotati al Nasdaq e per quanto piccolo, anche il contributo delle zone che mi saranno assegnare (e che ora vengono parzialmente coperte da altre persone di altri territori) è importante.
Soni gli inizi di aprile quando mi chiedono di investire una settimana delle Mie ferie residue nella vecchia azienda per partecipare al salse meeting europeo, a Stoccolma, in Svezia, dove ha sede la produzione per quelle zone. Lo faccio, è tutto spesato, sono la persona che vogliono, e mi concedo.
Una settimana intensa, bella. Tanto inglese e tanti colleghi, da tutta Europa.
Torno entusiasta. E bramo quel 15 maggio in cui potrò cominciare. Nonostante il dolore al collo sia ancora intenso, non è quello il punto.
Ed arriva il giorno fatidico. È tutto pronto. Il mio piano di inserimento, i miei primi contatti internazionali, gli appuntamenti per i passaggi di consegna con i colleghi per le mie nuove zone.
Inizio con 15 giorni di “inserimento” a Milano, le strutture multinazionali vanno approcciare come dicono loro, quindi il codice etico, i sistemi informativi, tutto quanto serve per essere in linea con le direttive.
Incontro il mio capo, con cui programmiamo una serie di attività che dovrò svolgere mentre sono in filiale e non diversamente impegnato in altro.
Lo faccio con passione, lo faccio con tutta la professionalità che ho. Dotato quello che ho. Perché sono la persona giusta per quel lavoro, nel posto giusto.
Vedo il mio capo un po’ meno, ma sono mesi intensi e i risultati del trimestre (mi dice) non sono in linea con quelli che ci aspettavamo, e devo spingere la c’è.eratore con it’s colleghi per acquisire ordini che ci consentano di arrivare dove richiesto (dagli Americani). Comprensibile.
Continuo il mio lavoro, imperterrito. Le giornate passano, e con loro le notizie sui risultati del trimestre Gennaio Marzo (pubblicati in Aprile) sembrano piú lontani, anche se mi coinvolgono negli scambi di email al team di lavoro in cui il mio capo sollecita di chiudere piú trattative possibili, perché le pressioni su di lui aumentano.
È il primo giugno e mi trovo in filiale, oggi è presente sia il direttore europeo che il direttore EMEA (Europa, Middle East, Africa) per una riunione con la dirigenza. Sono le 15.00 circa quando mi convocano. M sento piccolo, contro 4 giganti, c’è anche il Responsabile Finanziario. Il piú alto in grado, L. Mi dice in un inglese francesizzato (è francese) che gli spiace che la mia zona sia stata colpita dal terremoto, e che capisce che non è un periodo semplice per me. Ed effettivamente non lo è. Aggiunge, come se fosse quasi un discorso secondario, che dall’America è giunta la necessità di apporre tagli ai costi, non essendo i profitti allineati con quelli richiesti.
Per questo, con effetto immediato, la mia posizione non è piú disponibile all’interno dell’Azienda. Aggiunge, come se fosse un discorso secondario, che ho tutto il diritto di avvalermi legalmente per avere una soddisfazione.
Lo fisso, lui estrae una lettera, appone una data e una firma, e mi congeda.
Rimango con la mia esperienza, con la convinzione di essere la persona giusta, nel posto giusto, per il lavoro giusto. Ma dipendente per 15 giorni di una multinazionale americana. Che è anche questo.
Oggi sono stato al CIP, centro per l’impiego, a fare la domanda di mobilità.
Questa è anchel’Italia, un paese in cui almeno puoi chiedere il sussidio di disoccupazione e la mobilità.
E per alcuni fortunati motivi, QUESTA NON È L’America.

A Presto

GF

1 Commento

Archiviato in About Me, Pensieri Personali

New York – Bruxelles – Bologna


Vista dal ponte di Brooklyn

Empire State Building - View from Brooklyn Bridge

2 giorni, anzi 2 notti, ci sono volute per recuperare il jet lag del viaggio. Provare distrazioni, cercare alternative, nulla, solo stancarsi fin che non si crolla, due giorni dopo. In aereo, il ritorno da New York é stato piú rapido del previsto. Sei ore e mezza, una in meno rispetto all’andata. Abbiamo, a detta del pilota, trovato correnti in quota (ammetto di aver “ballato” percependo alcune turbolenze) e quindi siamo atterrati a Bruxelles con un ora di anticipo rispetto alla tabella.

Il clima della settimana è stato clemente, almeno dal punto di vista delle piogge. Un solo giorno, i restanti tra coperto e sole. Che dire di New York… Se dovessi dare un voto, darei 8. Otto per l’impatto, davvero impressionante (mi limiterò a Manhattan) con grattacieli che ti fanno sentire piccolo, e che quando ci sei in cima (ad esempio all’Empire State Building, dopo l’ 9/11 il grattacielo piú alto a NY) ti fanno sentire grande. Lo stile  di vita dei Newyorkesi è frenetico, ed ammetto che un poco me lo aspettavo, ma non così tanto. Maree di persone, in Times Square, che ti circondano in mezzo alle luci, ai suoni dei clacson dei taxi. Ai semafori pedonali, spesso optional, ci si ferma una volta su tre, del resto si attraversa prestando poca attenzione anche al traffico, con l’iPod piantato nelle orecchie. E poi cibo, Cibo, CIBO! Cibo di ogni origine, genere, grado, dimensione. Tutto rigorosamente impacchettato con scatole e scatoline, bicchieri e porta bicchieri, posate usa e getta, tovaglioli usa e getta, salse. Quantità di cibo prodotto, quotidianamente, dalla colazione ( con panchackes di dimensioni titaniche conditi con bacon e sciroppo d’acero, ad esempio) arrivando fino alla cena nella steak house dove chiedi delle “baby back ribs” (letteralmente costine di manzo BABY) e ti trovi con un piatto il cui apporto calorico sfamerebbe un villaggio africano E COSTINE DA 35cm grosse un pollice (americano). Acqua? Si! Se naturale filtrata e di rubinetto, con una quantità di ghiaccio che una volta sciolto farebbe impallidire l’effetto serra). Gassata? Si… ma gassata aromatizzata al limone, melone, menta, cocco, fragola o vaniglia? Nono acqua gassata NORMALE… Sguardo del cameriere paragonabile ad una mucca che guarda il treno… E ti serve una Perrier🙂

A Manhattan le strade sono organizzate  in strutture perpendicolari e parallele, numerate, tranne alcune (tipo la Broadway o la Park Evenue) che corrono da una parte all’altra dell’isola. Orientarsi è sufficientemente semplice, ma mi ci è voluto un poco e ogni tanto perdevo la cognizione. Miriadi di negozi, in cui i commessi, la cui paga è composta da una “piccola base fissa” e una “meritocratica parte variabile” dovuta alle mance, appena entri ti si avvicinano e ti chiedono cortesemente (o anche meno) se possono aiutarti o vederti anche solo un puntaspilli… Conoscerai il loro nome. Te lo ripeteranno svariate volte, perché alla cassa qualcuno ti chiederà chi ti ha servito e così “DOVRAI”  lasciare la mancia (base al 15% ma una nota in fondo allo scontrino ti ricorderà che “un buon servizio prevederebbe una mancia dal 20 al 30% del totale”). Anche pagando con la carta di credito. Negozi di tutti i tipi, per venderti ogni cosa, a qualsiasi prezzo (indicato al netto delle tasse che pagherai alla cassa). Pubblicità ovunque, per farti desiderare ogni cosa, nei negozi di abbigliamento ho visto camerini con vetri che si oscurano all’ingresso e una volta uscito tornano trasparenti facendo vedere il fondo al commesso, armato di walkie talkie e auricolare, che li controlla. Sistemi di pagamento rapido, a riconoscimento ottico, tag per pagare con il cellulare, lettori di impronte per identificare le carte di credito (ovviamente non le nostre). Tecnologia, molta davvero, ad ogni angolo. Sicurezza, almeno a Manhattan, con poliziotti che presidiano angoli di strade del centro e controlli di sicurezza (metal detector in primis) per l’accesso a molti dei monumenti che rappresentano il “concetto di libertà americano” , come la Statua della Libertà a Liberty  Island o il “Top of the Rock” del Rockefeller Center (avendo già citato l’Empire State Building, non volevo ripetermi).

Eravamo comunque accolti con cortesia e gentilezza, ma frenesia. Produrre, consumare, produrre. Tutto. Qui hanno “inventato” il consumismo, e qui ne trovate una delle piú grandi rappresentazioni. Ma con un  certo fascino. I Newyorkesi si muovono molto a piedi o in metropolitana, in auto se strettamente necessario. Di taxi ce ne sono a flotte e si fermano alzando un braccio a lato della strada ( a Manhattan a senso unico, quasi sempre). Poche biciclette, in questo periodo, anche pochissimi scooter o moto. Pochi animali da compagnia, a parte a Central Park (immenso, nemmeno a dirlo, polmone verde nella zona nord di Manhattan). Strade pulite. Potete girare e guardare i grattaceli con il “naso all’insù” senza sorprese sotto le scarpe. Multietnica, non dimenticherò a Brooklyn la sensazione di essere uno dei pochissimi banchi in una folla Afroamericana (attenzione, non è una frase razzista, solo una sensazione a cui non ero abituato).

Reti wireless, tonnellate di reti wireless, molte ad accesso gratuito, altre a pagamento. Ottime velocità di connessione. Bella la sensazione di condividere in tempo reale le emozioni. Quello che mi ha lasciato New York, nel bene e nel male, ho cercato di condensarlo in queste (poche?) righe. Mi rendo conto che potrebbero sembrare critiche, ma vogliono solo rappresentare il concetto di  produttività, organizzazione e frenesia che ho percepito in questi luoghi. Una segnalazione a margine per chi se lo stesse chiedendo… MUSEI? Visitati due “classici” su tutti:  il Metropolitan Museum (lo trovate a Central Park) e il MoMA (museo d’arte moderna sulla 53esima).

È stata una bella esperienza di vita. Credo che come primo viaggio in USA sia stato emozionante e soddisfacente. Ma se volete combattere lo stress, vi consiglio la Monument Valley🙂 …

A presto.

GF

1 Commento

Archiviato in Pensieri Personali

Bologna – Bruxelles – New York


10.49, 5.743 km,senza contare quelli già percorsi fino a Bruxelles. Oggi è di viaggio, oggi è uno dei giorni che ricorderò. Questo Airbus A330, con i suoi Quasi 300 posti, di cui poco meno di 1/4 in prima classe, arriverà tra 7 ore e 40 al JFK di New York.

Ho tanto tempo per scrivere (siamo svegli da stamattina alle 3.30 e ho riposato un poco nel tratto fino a Bruxelles), ma non appena si sono spente le indicazioni di sicurezza ho cominciato. È importante fissare le emozioni quando lo si sente necessario.

Non avevo mai viaggiato con una compagnia aerea indiana (Jet Airways) ma la prima impressione è davvero ottima. La prima classe è di tutto rispetto, con posti singoli disposti in una unica fila “a lisca di pesce”. Una specie di consolle, una nicchia di poco piú di 2 metri quadri in cui è ricavata la poltrona, una sorta di chaise longue che suoi permettere a chi si accomoda di stendersi quasi completamente. Tutto intorno sono disposti un tavolino a scomparsa e tutto quanto necessario per chi viaggia per lavoro (e se lo può permettere). Anche la seconda classe é davvero confortevole. Poltrone ben imbottite, dove il rosso Indiano  si accosta al color oro che fa parte dei colori di bandiera della compagnia, assieme al Blu di Prussia. Le hostess e gli stewart rigorosamente di nazionalità, con i loro occhi scuri e la pelle bruna. Davvero belli. Entrambi. Cortesi, come si deve all’etichetta di bordo, ma con quel qualcosa in piú di accogliente, ci fanno sentire bene. Il sistema di bordo prevede tanti piccoli display touch screen, di fronte ad ogni singola poltrona, completi di telecomando multifunzione. Da segnalare il “privacy screen protector”, quella sorta di pellicola applicata sugli schermi LCD che consente solo a chi é perfettamente di fronte di vedere. Chi si trova a lato non vede nulla. Il display sembra quasi spento.
Spacchetto le cuffie, le inserisco nel jack del bracciolo, seleziono i Cold Play (Mylo Xyloto) e lo tengo di sottofondo mentre le dita tamburellano sulla superficie del vetro dell’iPad.
Lo schienale é ancora “in posizione verticale” (come usano dire durante gli annunci di sicurezza nelle fasi di partenza dell’Aereo). Forse guarderò un film, la scelta è ottima, in varie lingue, Italiano incluso. In base alla locazione dei passeggeri sulla boarding list gli annunci di sicurezza sul display appaiono in lingua (nel nostro caso l’Italiano), senza che nessuno abbia selezionato nulla. Anche questa è tecnologia. Mi emoziono con poco, ma tant’è.
Ci consegnano l’ennesimo documento per l’immigrazione. Vogliono sapere chi siamo, dove alloggiamo e cosa portiamo in US. Soprattutto se entriamo con qualcosa che rimarrà in loco. Crocetto ogni ogni domanda, dicendo la verità. Aggiungo il mio numero di passaporto, firmo in originale. Nulla da nascondere. Gli americani sono così. Lo aggiungerò all’ESTA che abbiamo già compilato online durante la prenotazione. È obbligatorio.

Inciso sulla musica in cuffia. È arrivato il turno di “Every teardrop is a waterfall” (ogni pianto è una cascata). Wow. Ricordo quando li vidi suonare al tributo a Steve, dal vivo nel giorno del suo addio alla vita mortale. Bello.

La hostess passa tirando leggermente in salita il carrello che contiene il nostro pranzo, andrà a scaldarlo e tra poco vedremo cosa ci serviranno.
Stiamo viaggiando da meno di un ora e mezza e sono ancora emozionato, come un bambino al Luna Park. Abbiamo appena approcciato l’oceano, poco fuori dalle coste Irlandesi. 64 gradi sottozero, quasi 800 km/h. Ma tutto è calmo, qui dentro.

Arriva il pranzo. “Chicken or Vegetarian?”, scelgo il pollo. Ma in India non ė solo questo. È pollo Thandori, con una porzione abbondante di tofu al curry, riso bianco Thai e lenticchie. Una fetta di Nan (tipico pane indiano, in questo caso senza ulteriori aggiunte, bianco) e a chiudere yogurt bianco e una porzione di un qualcosa che non riesco a riconoscere. Ha l’aspetto di una specie di budino di riso dolce. Passo. Pranzare indiano oggi è stata l’ennesima sorpresa… Tutto ottimo, abbondante e speziato. Adoro. Caffè, rigorosamente americano. Black.
Sono sazio, dentro e fuori. Credo che sia già un ottimo inizio. Chiudo la tendina, abbasso la musica nelle cuffie, seleziono “Buddha Bar”. Seguo il ritmo del respiro, riposo.

Questo è il primo post, di una serie di 2, forse 3. Il prossimo lo scriverò forse a metà settimana. Se verrà. L’ultimo durante il viaggio di ritorno. Un poco per volta, Con calma e senza fretta, ascolto e scrivo di questo viaggio che credo sia già rimasto in me.

A presto

GF

4 commenti

Archiviato in Pensieri Personali

Cecitá (J. Saramago)


Cecità

È passato ancora tempo. Tempo denso, vita, di quelle che a volte ti sembra di non riuscire a vivere, non completamente, tanto è piena.

Per alcuni aspetti (permettendomi la positività) è tutto nella norma, piú o meno. Gli stati di pesantezza, sfinimento, tristezza, ansia, si sono riassorbiti, lasciando solo sacche grinze, che pendono dalla mia mente. Non potranno sparire, rimarranno come cicatrici a ricordarmi ciò che é stato. Ciò che è stato vissuto. Tant’è.

L’inverno è atipico, caldo, e non lascia presagire cosa ci possa essere in previsione per le prossime stagioni. Una cosa è certa, il clima sta cambiando. Ne abbiamo tutti la percezione.

In programma per i prossimi mesi ci sarà un viaggio, di quelli che credo segneranno profondamente la vita. Meta, nemmeno a parlarne, New York. Prima volta negli States, prima volta in nord America. Ho aspettative, ho attese, tutte positive, credo mi innamorerò di nuovo, come é accaduto per Londra. Proprio primo in merito a NY, e come spesso capita, ci sono state risonanze, quelle strane “circostanze” per cui quando vai in un posto o attendi qualcosa, in tutto ciò che ti circonda ritrovi segni del tuo sentire. Film, documentari economici, persone che attendono come te, tutto magicamente sembra stringersi attorno alle tue aspettative, ogni cosa sembra “casualmente” attirare la tua attenzione. In realtà tutto è “casuale”, solo che tu sei piú sensibile.

A proposito di New York, in televisione a breve trasmetteranno un concerto di Andrea Bocelli, da Central Park. La prima volta che hanno trasmesso lo spot televisivo che lo annunciava, ammetto di aver avuto piú interesse nella location (non sono un grande fan di Bocelli, a meno dell’orgoglio che ne implica la co-Nazionalitá). Poi, come spesso accade, piú volte ascolti le cose, piú dettagli riesci a percepire, forse inerentemente al fatto che un ascolto ulteriore “esclude” ciò che già conosciamo, permettendo di concentrarsi su quanto di inosservato.
In merito proprio alla location e all’evento, unito alle aspettative che avevo sul luogo che visiterò, la mia mente è volata alla prima visita a Londra. É stato amore a prima vista. Vista sì, perché quando visiti un posto nuovo questo é quello che credo ognuno di noi faccia, OSSERVARLO.

Ho provato a richiamare alla mente le prime sensazioni, le prime immagini, le persone, i posti, i luoghi. Tutto questo è chiaramente inciso, nella memoria. Poi ho pensato a Central Park, a ciò che conosco dalle foto che vedo, dai racconti delle persone che ci sono state. Secondo piano, Andrea Bocelli, che canta a Central Park.

Riflessione. Attesa, sensazione.

Andrea Bocelli è cieco. Non vedente.

Domanda: “Ma allora che “serve” a Lui cantare a Central Park? Non potrà mai “vederlo”. Certo, potrà sentirlo, odorarlo, ascoltarlo, ma MAI vederlo. Quindi potrebbe essere in qualsiasi parte del mondo. Anche qui a casa, o in un parco qualsiasi. Cosa sarebbe stata per me Londra senza vista? Ma soprattutto, se fossi cieco dalla nascita, cosa sarebbe stata la mia percezione di Londra? Non riesco a darmi una risposta. Cosa vorrebbe dire viaggiare, senza poter VEDERE? Forse sarebbe un altro sentire, ma a fatica immagino come.
Mi piacerebbe che questo mio post potesse arrivare a non vedenti, che potessero cercare di darmi un loro punto di vista, per capire, sentire e avere una percezione di quanto non riesco a capire.
L’unica sensazione che ho è quella del libro che da il titolo a questo post, libro terrificante, che mi colpì profondamente, proprio perché fu una proiezione di quanto non si riesce a vedere. Saramago riuscì veramente a descrivere situazioni e luoghi dal punto di vista di un non vedente, ma circoscritti a stanze, ambienti. Non una città intera, non una esperienza di viaggio.

Sentire, questo mi piacerebbe. Sentire uno spazio.

Pregherei chiunque di voi legga questo post e abbia pareri in merito di farsi avanti. Lo apprezzerei tantissimo.

Grazie, a presto.

GF

3 commenti

Archiviato in Pensieri Personali

Essenza (e..senza)


Essenziale

Oggi non ho davvero voglia di prendermi in giro. Basta filosofia. L’ispirazione per questo post è arrivata all’improvviso, mentre cambiavo le lenzuola del letto, quando muovendole il profumo di bucato è arrivato a me. Questo (e alcuni di voi lo sanno) è un periodo intenso. Un periodo in cui è necessario ridurre al minimo tutto ciò che mi circonda, tutto ciò che non è strettamente necessario. Rimanere concentrati e macinare vita. Ridurla in polvere per permettergli di occupare meno spazio. Liofilizzarla. Poi, a tempo debito aggiungeremo (e non so nemmeno perchè uso il plurale) l’acqua necessaria per eventualmente usare di nuovo ciò che ora è considerato superfluo.

Il pensiero su quanto sto scrivendo si è sviluppato osservando la nostra casa, che in questo periodo è scarnificata per essere ridipinta. Le pareti sono ormai grigie, i mobili vuoti, in attesa di colore, aria e nuova vita. Dovendo vuotare tutto ci si accorge di quante cose inutili siano dentro armadi,cassetti e anche appoggiati sopra i mobili. Ora basta. Non credo che sia tutto così necessario, anche se non metto in dubbio che non sia tutto inutile. Devo decidere cosa serve A ME per sentire veramente mio questo spazio. In realtà il discorso si può estendere a tutto questo “possiedo” o meglio “ho” e uso quotidianamente. Non pensate di vedermi come nel film “Into the wild” bruciare i soldi ed andarmene con lo zaino sulle spalle, ma certamente è arrivato il momento di ripulire, ristrutturare, tenere l’indispensabile. Stavo parlando con GM (qui trovate il suo blog) dei comportamenti delle persone e di ciò che ci è necessario per vivere ed sentirsi appagati. Io ancora non lo so, non ne ho una precisa idea, ma credo che partire riordinando la mente e gli spazi per sentirli propri sia un ho passo avanti.
Anche queste poche righe sono un distillato di ciò che ho in mente. Ma che definisco dinamicamente, in base a quello che sento.

Questi sono i fatti. Mi auguro che tutto questo possa essere di ispirazione a chiunque si senta affogare nell’inutile. Oggi voglio il minimo, il massimo del minimo.

GF

2 commenti

Archiviato in Pensieri Personali

L’insostenibile leggerezza dell’essere


L'insostenibile Leggerezza dell'essere

Ci sono vari punti della Vita in cui facciamo dei bilanci. Forse i bilanci sono necessari solo quando finiscono percorsi durante i quali eravamo troppo impegnati a correre per fermarci a prendere fiato. Ci sono volte in cui la corsa si interrompe senza che noi ne abbiamo necessità, ci sono volte in cui ci rendiamo conto di essere arrivati al traguardo e controlliamo pulsazioni, tempo e distanza percorsi. Una cosa è certa. La vita va solo in una direzione. Sempre avanti. A Noi rendercene conto. L’incedere delle sensazioni, emozioni, pulsioni che ci fanno camminare, spesso correre, è fondamentale per dare il ritmo delle nostre giornate. Paradossalmente, anche se la vita va avanti, ci è concesso di fermarci per periodi più o meno lunghi, ad osservare. Osservare è importante. Altre volte invece ci troviamo ad essere osservati, da chi corre assieme a Noi, magari parallelamente, cercando di capire quale dei ritmi che abbiamo può essere il migliore. Non esiste un ritmo migliore o peggiore. Esiste il nostro ritmo.
La vita avanza, le cose accadono. Come diceva spesso la Dott.ssa E. , se le cose accadono un motivo ci sarà. Una cosa che sto imparando ė l’attesa. Una cosa che sto imparando è che la solitudine (intesa come stare con sè) ed a volte i silenzi non sono così male, non come mi avevano insegnato. Esiste un periodo per parlare, ne esiste uno per ascoltare, uno per riposare ed uno per stare in silenzio. Con se stessi. Sono in un periodo di silenzio, e questo Blog lo testimonia, sono in un periodo di isolamento, sono in un periodo in cui do poco agli altri e tengo molto per me. Questo non è egoismo, è contatto con se stessi. È voglia dosare “il sè”, voglia di sentire se quello che batte dentro è ancora vivo o è solo una fantasia. È intimità. E voglia di ascoltare delle sensazioni passano attraverso i sensi.
Questo post non ha un titolo a caso. Essere leggeri a volte non è semplice. E nemmeno necessario.
Le persone a cui voglio bene ( e quelle che Amo) riceveranno tutto di me. Per gli altri solo briciole.
Lo spazio è contingentato, e decido io quanto ce n’é.

“Ci sono solo due giorni all’anno in cui non puoi fare niente: uno si chiama ieri, l’altro si chiama domani, perciò oggi è il giorno giusto per amare, credere, fare e, principalmente, vivere.” [Dalai Lama]

Un abbraccio.

GF

6 commenti

Archiviato in Pensieri Personali

Bologna – Orte [One Way and Back]


One Way and Back

Oggi è di viaggio. Tre ore  mezza, da Bologna a Orte, in un a settimana spezzata da un ponte festivo. Ho deciso di viaggiare in treno, approfittando della infinita gentilezza di F. e delle sua Famiglia, con cui stasera sicuramente condividerò piacevoli attimi. Niente Freccia Rossa, a Orte non si ferma, ho optato per un InterCity. Essendo un viaggio “di lavoro” mi sono anche concesso la prima classe (che costa come una seconda in Alta Veiocità). Il Treno è “il classico” a scomparti, 6 per ogni cabina, 3 posti per lato, uno di fronte all’altro.

Lo scompartimento, quando sono entrato era pieno, ad esclusione del mio posto prenotato, in cui mi sono accomodato. E’ largo e confortevole, di tessuto grigio “FS”. Insieme a me un uomo di d’affari in completo grigio giacca e cravatta e Black Berry, 2 persone tedesche (almeno credo dall’accento e dall’abbigliamento) 2 persone anziane, entrate con la valigia più grande di loro. Le ho aiutate a riporla nelle mensole sopra la loro testa, altrimenti avremmo rischiato  di dover chiamare il 118.

Le fermate sono poche, 6 in tutto esclusa ovviamente Bologna Centrale. Il treno “placidamente avanza” sopra le rotaie, ballonzolando, e l’aria condizionata lascia la possibilità di vivere in maniera molto confortevole, seza essere eccessiva o ingombrante. All’ultima fermata(mentre scrivo, Firenze Rifredi) sono scesi quasi tutti, e siamo rimasti in tre nello scompartimento. Io e la coppia di anziani. Lui, nella sua camicia chiara a quadretti azzurri, sonnecchia a bocca aperta con le braccia conserte sulla pancia. Lei, fresca di parrucchiere, nella sua “cofanatura” bionda “immobilizzata dalla lacca per capelli, indossa scarpe sportive classiche coloro oro, mentre legge “Confidenze”, attraverso un paio di occhiali a montatura scura e abbastanza evidente, da vista, tipica dell’età che avanza.

Non so dove stiano andando.  IO VADO. Molto spesso ho scritto di viaggi qui, e così farò anche oggi.

Le persone passano nel corridoio che costeggia gli scompartimenti, alcuni parlando nervosamente al cellulare, altri semplicemente camminando per sgranchire le gambe.

Il treno farà capolinea a Napoli, e molte delle persone che sento da qui, mentre parlano nel rumore (assolutamente non fastidioso) portano il tipico atteggiamento del Sud.

Qualche cellulare squilla, mi permetto di ascoltare le conversazioni cercando di capirne il senso.

Potrei lavorare, ho anche ricevuto delle telefonate da qualche cliente, ma ho deciso che il viaggio deve essere di riflessione, di creazione, di scrittura.

Forse questo post non avrà un senso per nessuno di Voi, e nemmeno sarà interessante come qualche altro, ma personalmente mi da un grande senso di presenza. Come spesso ho sentito, anche in qualche spot televisivo: “L’importante non è da dove vieni o dove stai andando, è il viaggio ed il tempo che dedichi alla presenza durante lo stesso ad essere importante”. Ora siamo fermi alla stazione di Arezzo. Osservo la gente sulla banchina aspettare il LORO viaggio, alcuni nervosi altri rilassati. Ammiro le Donne nella loro infinita meraviglia nel vestire, con sandali e magliette di ogni colore, con le dita dei piedi smaltate e quello sguardo meraviglioso di chi aspetta giocherellando con qualsiasi cosa gli passi per le mani (ad oggi forse, proprio quel cellulare che mia moglie tanto odia tanto spesso è nelle mie mani).

Ho ancora quasi un’ora e mezza, e il piacere che traggo da questa sensazione di “tempo” è davvero meravigliosa.

Spero che ognuno di voi possa concedersi, quanto più spesso nella vita, un viaggio lungo o corto, in cui godersi la consapevolezza del tragitto.

GF

6 commenti

Archiviato in Pensieri Personali