Il Sogno Americano (“I have a dream”)


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Questo é un pensiero scritto 108 giorni fa, dopo il mio il licenziamento “per giustificato motivo oggettivo”. Buona lettura.

Seduto in un caffè in puro American Starbuck’s style scrivo, penso, razionalizzo. Ho sempre cercato di essere obiettivo, di non fare mI il passo piú lungo della gamba. Ho sempre cercato di essere ragionevole. Sempre.
Ogni volta che mi si presentava una opportunità lavorativa l’ho sempre ponderata, prima di cuore e poi di pancia. Ma sempre ponderandola con il cervello, prima di tutto.
Così è stata questa volta. Gennaio, si apre una posizione presso un nostro fornitore, che mi conosce da anni, per cui ho sempre fatto il mio lavoro, di cuore e di pancia, perché mi piace vendere quello che loro producono, perché un venditore che crede in ciò che vende vale 10 volte uno qualsiasi. E io valevo. Ero la persona giusta, per il posto giusto, per il prodotto giusto. E mi sono lasciato travolgere dalla corrente. Curriculum, primo colloquio telefonico, perfetto, sono la persona giusta. Il posto è interessante, si tratta di lavorare all’estero, zona Balcanica, aggiungendo Grecia Cipro,Malta ed Israele. Quello che avevo sognato, parlare inglese, tanto e spesso. E viaggiare. Lo stipendio è ottimo, i benefit lo sono. E la Multinazionale Americana la conosco, ci ho lavorato per quasi 10 anni indirettamente, sono solidi, sono perfetti.
Secondo colloquio, questa volta di persona, con il direttore Europeo. Perfetto. Impeccabile. Sono la persona giusta.La rosa dei candidati ė stretta, e io sono il primo della lista. E si sale di un livello.
Sono a New York in ferie mentre mi comunicano che sono stato selezionato e che manca solo l’ultimo step. Il colloquio con chi deve avvallare quanto fino ad ora già deciso. Ultimo colloquio, telefonico per motivi di distanza, in inglese con un Belga. 55 minuti in cui do il massimo, tutto quello che posso, sudo, ma riesco a concluderlo.
Sono soddisfatto, una delle poche volte della vita in cui sono soddisfatto perché sento di aver dato tutto quello che potevo. Le persone intorno a me fanno il tifo, sia perché mi vogliono bene, sia perché sanno che sono la persona giusta nel posto giusto.
È l’inizio di marzo quando mi comunicano che ce l’ho fatta. Sono infinitamente felice. Dopo 10 anni di lavoro, sono felice e do le dimissioni, con decorrenza 15 maggio per il preavviso. Nessun problema, sono professionale, porto a compimento tutto quanto già aperto, passo i testimoni a chi mi sostituirà. Passo un periodo piú complesso per una ernia che ha deciso di farsi sentire, urlando, ma l’obiettivo è iniziare una nuova vita lavorativa. Ci credo, sono la persona giusta, nel posto giusto, per il lavoro giusto. Gli americani premono, perché vorrebbero che iniziassi a brevissimo. Sono quotati al Nasdaq e per quanto piccolo, anche il contributo delle zone che mi saranno assegnare (e che ora vengono parzialmente coperte da altre persone di altri territori) è importante.
Soni gli inizi di aprile quando mi chiedono di investire una settimana delle Mie ferie residue nella vecchia azienda per partecipare al salse meeting europeo, a Stoccolma, in Svezia, dove ha sede la produzione per quelle zone. Lo faccio, è tutto spesato, sono la persona che vogliono, e mi concedo.
Una settimana intensa, bella. Tanto inglese e tanti colleghi, da tutta Europa.
Torno entusiasta. E bramo quel 15 maggio in cui potrò cominciare. Nonostante il dolore al collo sia ancora intenso, non è quello il punto.
Ed arriva il giorno fatidico. È tutto pronto. Il mio piano di inserimento, i miei primi contatti internazionali, gli appuntamenti per i passaggi di consegna con i colleghi per le mie nuove zone.
Inizio con 15 giorni di “inserimento” a Milano, le strutture multinazionali vanno approcciare come dicono loro, quindi il codice etico, i sistemi informativi, tutto quanto serve per essere in linea con le direttive.
Incontro il mio capo, con cui programmiamo una serie di attività che dovrò svolgere mentre sono in filiale e non diversamente impegnato in altro.
Lo faccio con passione, lo faccio con tutta la professionalità che ho. Dotato quello che ho. Perché sono la persona giusta per quel lavoro, nel posto giusto.
Vedo il mio capo un po’ meno, ma sono mesi intensi e i risultati del trimestre (mi dice) non sono in linea con quelli che ci aspettavamo, e devo spingere la c’è.eratore con it’s colleghi per acquisire ordini che ci consentano di arrivare dove richiesto (dagli Americani). Comprensibile.
Continuo il mio lavoro, imperterrito. Le giornate passano, e con loro le notizie sui risultati del trimestre Gennaio Marzo (pubblicati in Aprile) sembrano piú lontani, anche se mi coinvolgono negli scambi di email al team di lavoro in cui il mio capo sollecita di chiudere piú trattative possibili, perché le pressioni su di lui aumentano.
È il primo giugno e mi trovo in filiale, oggi è presente sia il direttore europeo che il direttore EMEA (Europa, Middle East, Africa) per una riunione con la dirigenza. Sono le 15.00 circa quando mi convocano. M sento piccolo, contro 4 giganti, c’è anche il Responsabile Finanziario. Il piú alto in grado, L. Mi dice in un inglese francesizzato (è francese) che gli spiace che la mia zona sia stata colpita dal terremoto, e che capisce che non è un periodo semplice per me. Ed effettivamente non lo è. Aggiunge, come se fosse quasi un discorso secondario, che dall’America è giunta la necessità di apporre tagli ai costi, non essendo i profitti allineati con quelli richiesti.
Per questo, con effetto immediato, la mia posizione non è piú disponibile all’interno dell’Azienda. Aggiunge, come se fosse un discorso secondario, che ho tutto il diritto di avvalermi legalmente per avere una soddisfazione.
Lo fisso, lui estrae una lettera, appone una data e una firma, e mi congeda.
Rimango con la mia esperienza, con la convinzione di essere la persona giusta, nel posto giusto, per il lavoro giusto. Ma dipendente per 15 giorni di una multinazionale americana. Che è anche questo.
Oggi sono stato al CIP, centro per l’impiego, a fare la domanda di mobilità.
Questa è anchel’Italia, un paese in cui almeno puoi chiedere il sussidio di disoccupazione e la mobilità.
E per alcuni fortunati motivi, QUESTA NON È L’America.

A Presto

GF

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1 Commento

Archiviato in About Me, Pensieri Personali

Una risposta a “Il Sogno Americano (“I have a dream”)

  1. Raffaella

    Probabilmente eri la persona giusta, nel posto giusto e per il lavoro giusto …………peccato che non fosse il MOMENTO GIUSTO!
    Dimenticavo……anche la scelta era giusta…….in fondo ora sembra si sia aperto un portone :)))

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